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Paolo Valli: l’imprenditore che ha unito fisioterapia e coaching

Da più di vent’anni Paolo Valli si occupa di riabilitazione dei disordini muscolo scheletrici impiegando sia le tecniche manuali e manipolative sia l’esercizio terapeutico.Negli ultimi anni si è concentrato soprattutto sullo studio della fibromialgia e del dolore cronico ed ha integrato le competenze di fisioterapista e osteopata con quelle del coaching.

Valli, cos’è il coaching del dolore?

Esistono molte definizioni del coaching e del coach; spesso si affibbiano etichette che nulla hanno a che vedere con l’essenza della disciplina. Quella che meno si addice credo sia quella di motivatore. Quando faccio coaching con le persone e con gli atleti mi piace essere riconosciuto come la persona che affianca e che aiuta a ritrovare il bandolo della matassa, ad accelerare i risultati, a far chiarezza sulle scelte, a mitigare le paure. Essere coach del dolore a mio avviso è ancora di più. Significa, innanzi tutto, informare correttamente la persona circa quello che gli sta accadendo (e che spesso non viene fatto ahimè!) e far conoscere quali siano gli strumenti che ha a disposizione per dare una svolta alla propria condizione. Nel dolore cronico e in particolare nella fibromialgia lavoro molto con il paziente sulla ricerca di obiettivi motivanti che vadano al di là del semplice combattere il dolore, ma che diano nuova energia e nuovo spunto a chi si trova in una situazione di grave sofferenza. Il mio scopo è quello di seguire il paziente e tirar fuori quelle risorse che in molti non sanno nemmeno di avere o non hanno più il coraggio di far riemergere”.

Lei ha scritto il libro “La tua svolta al dolore“. Qual è la situazione in Italia della sindrome dolorosa cronica?

“Quando ho scritto il libro non avevo assolutamente la pretesa di pubblicare un tomo scientifico che rivoluzionasse l’approccio al dolore. Ho voluto mettere insieme ed integrare fra loro le conoscenze scientifiche e l’esperienza clinica quotidiana per fornire una vera e propria guida, semplice e chiara, per chi soffre di dolore cronico e di fibromialgia. Il dolore cronico interessa una larghissima fetta della popolazione ed è motivo di sofferenza per la persona con gravi ricadute anche sociali. Oggi non possiamo più parlare in maniera generica solo di dolore per chi ne soffre in maniera costante e quotidiana. Qui entriamo in una sfera differente dove diventa riduttivo basarsi sul semplice sintomo, moderato o grave che sia; stiamo parlando della “malattia dolore” che è un quadro clinico complesso a se stante. In queste forme di dolore gli aspetti bio-psico-sociali sono un tutt’uno perché vi è forte modificazione dei normali meccanismi che governano il dolore, vi sono le implicazioni psicologiche ed emotive che la sofferenza comporta e vi è, infine, l’impatto sociale della patologia sia come concausa del disagio sia come conseguenza di una modificazione della normale relazione interpersonale in conseguenza della malattia.

Sul dolore cronico e sulla fibromialgia si sta facendo molta ricerca, condivisa anche con le realtà estere. In Italia abbiamo ricercatori di chiara fama che quotidianamente si impegnano nell’approfondimento del tema e nella ricerca di soluzioni.

Abbiamo a disposizione farmaci, trattamenti e presidi che possono davvero aiutare il paziente ad alleviare la propria sofferenza. Purtroppo per certe forme di dolore cronico, e per la fibromialgia in particolare, dobbiamo entrare nell’ottica che non esiste una pillola che aiuti a far scomparire la patologia; serve un approccio integrato che implica molto impegno da parte del paziente ma, non dimentichiamolo, anche da parte di chi cura”.

Come unisce fisioterapia e coaching?

“Il presupposto è che mente e corpo sono un’unica entità, non è possibile scindere le due parti. E’ innegabile che in tutte le relazioni d’aiuto (medici, infermieri, fisioterapisti, ecc.) la componente emotiva fa la differenza. Se riusciamo a stabilire il giusto feeling con il paziente, la terapia funziona cento volte meglio, gli studi lo dimostrano.

Perché allora non formarsi in modo più specifico su questa parte relativa al rapporto col paziente? Il modo in cui parliamo, i termini che utilizziamo, il linguaggio del corpo che esprimiamo possono generare salute o addirittura peggiorare la condizione del paziente. Questa cosa mi ha sempre appassionato.

Ma due sono i motivi che mi hanno realmente spinto a capire l’importanza del coaching nel mio lavoro. Da sempre seguo gli atleti e studio la letteratura scientifica attinente; una cosa che mi ha sempre colpito e che allo stesso tempo mi spiazzava è il fatto che su tantissime patologie o esiti chirurgici nello sport, la ripresa ottimale (o addirittura l’abbandono in taluni casi) è determinata dalle componenti psico-emotive legate all’infortunio. Perché nonostante tutti i parametri fisici siano al top quell’atleta non riesce più a raggiungere lo stesso livello di prima? L’atleta non è più in grado di raggiungere la sua performance oppure si reinfortuna in tantissimi casi perché è pervaso dalla paura di rifarsi male, perché ha dei blocchi mentali legati a certe gestualità, perché sente l’ansia determinata dall’insicurezza della sua situazione o dalla pressione del tifoso, della società, dei media. Perché allora non agire su questa componente fin dall’inizio con lavori di coaching specifico? Qui davvero posso fare la differenza.

Il secondo motivo è legato concretamente ad una mia cara paziente fibromialgica che ho seguito anni fa, e che ha ispirato anche il mio libro: con lei qualsiasi tecnica io utilizzassi non dava risultati. Il risultato è arrivato quando lei per prima ha trovato la forza di fare il salto di qualità e di pensare ad obiettivi importanti per lei. E soprattutto concreti. Quasi tutti i pazienti hanno come unico obiettivo combattere il dolore. Niente di meno motivante dal mio punto di vista. E in più il nostro cervello vede sempre in quell’unica direzione ponendo ogni risorsa sempre e solo nel dolore. L’energia che quella paziente è riuscita a far scaturire dal suo forte obiettivo, dal desiderio di realizzare quel suo sogno, ha modificato in maniera sostanziale il suo dolore, che è passato in secondo piano fino a sparire. E ha trasformato la sua vita. Vorrei riuscire come coach ad aiutare molte persone a riscoprire la voglia di vivere che è stata sommersa dalla paura, dal dolore e dalla sofferenza”.

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